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Il Morbo di Alzheimer PDF Stampa E-mail

Qualche anno fa, l’ex Presidente degli USA, Ronald Reagan, pronunciò un discorso alla Nazione dalla sua casa di campagna dove ormai si era ritirato, dicendo con molta semplicità che era stato colpito dal morbo di Alzheimer e che voleva salutare e ringraziare i suoi concittadini fin quando poteva farlo in piena lucidità mentale. Era una specie di addio prima di rinchiudersi in una malattia che lo avrebbe portato gradualmente ad una crescente perdita della memoria e all’incapacità di elaborare pensieri. L’Alzheimer oggi è destinato a colpire sempre più persone, a causa dell’invecchiamento della popolazione e, in particolare in Italia, dove la percentuale di anziani sta aumentando più che altrove.

E’ una malattia che richiede un’assistenza totale da parte delle famiglie e delle persone che sono accanto al malato. Questa terribile e misteriosa malattia fu diagnosticata per la prima volta circa 100 anni fa dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che descrisse il caso di una donna internata in manicomio per un preoccupante delirio di gelosia associato ad una grave perdita della memoria. Alla sua morte ne studiò il cervello al microscopio: oltre ad una grave perdita di neuroni, il medico osservò la presenza anomala di placche proteiche e di strani gomitoli all’interno delle cellule nervose superstiti. Era il 1906 e quella era la prima descrizione scientifica del morbo di Alzheimer. Successivamente la malattia fu trascurata dagli specialisti, poi con il generale invecchiamento della popolazione, i casi di demenza senile cominciarono ad aumentare.

Oggi in Italia si calcola mezzo milione di malati di Alzheimer e nei prossimi 50 anni tale cifra è destinata a triplicare. Ultimamente la medicina ha messo a segno importanti scoperte, tuttavia la malattia rimane ancora, sotto molti aspetti, un mistero da svelare. La prima zona del cervello ad essere colpita è l’ippocampo, che gestisce i meccanismi della memoria e dell’apprendimento. Nei malati di Alzheimer questi neuroni cessano di funzionare correttamente. Infatti, al loro interno si accumulano degli anomali grovigli fibrillari, mentre all’esterno si moltiplicano le placche di β-amiloide, una proteina che il cervello non riesce più a smaltire. Queste due strutture impediscono il passaggio degli impulsi nervosi tra i neuroni che si atrofizzano e muoiono. Con la morte delle cellule nervose, il cervello comincia lentamente a spegnersi e perde la capacità di ricordare, di parlare e di pensare.

In attesa che la scienza trovi la cura definitiva per questa malattia, il miglior alleato per affrontare la battaglia rimane la diagnosi precoce. Il neuropsicologo dispone di test semplici ma efficaci per valutare il grado di danneggiamento delle funzioni tipiche dell’intelligenza e della memoria. E’ bene ricordare che l’Alzheimer è una patologia che progredisce in modo subdolo e che ha inizio diversi anni prima che sopraggiungano la perdita di memoria e i disturbi del comportamento. La prova è fornita da un elettroencefalogramma (EEG). Il macchinario fotografa l’attività elettrica del cervello chiamato a svolgere compiti specifici: ad esempio al paziente è chiesto di sollevare un dito ogni volta che sente un segnale sonoro. Apparentemente i tempi di risposta sono buoni e, in effetti, i malati di Alzheimer hanno disturbi del movimento solo nelle fasi avanzate della malattia. Studiando attentamente le onde cerebrali, si scopre che la degenerazione ha già colpito i neuroni che controllano il movimento. Il cervello del paziente sa di essere attaccato dal male e utilizza tutte le sue riserve per contrastare la perdita di neuroni. La riorganizzazione plastica del cervello ritarda così l’insorgenza di evidenti deficit di movimento, ma non impedisce alla malattia di progredire.

Oggi però l’Alzheimer non è più libero di agire per lungo tempo nell’ombra, perché le tecnologie di elaborazione delle immagini permettono di diagnosticarlo sempre più precocemente. Grazie a queste tecnologie i ricercatori studiano le alterazioni dell’ippocampo. Con colori diversi si distinguono le zone che hanno già subito gravi perdite di neuroni da quelle che presto saranno attaccate. In questo modo è possibile seguire da vicino il decorso dell’Alzheimer nel singolo paziente e mettere in atto le terapie più specifiche tra quelle oggi disponibili. La guerra della medicina contro questa terribile malattia non è ancora vinta. Tuttavia grazie alla diagnosi precoce, ai farmaci che contrastano gli effetti più indesiderati e alle terapie di riabilitazione, oggi i malati di Alzheimer hanno davanti a loro ancora molti anni di vita. Non bisogna dimenticare, però, che i benefici della medicina sarebbero ben poca cosa per i malati senza il sostegno quotidiano e inesauribile dei loro familiari che possono impedire, con la loro tenacia, all’Alzheimer di cancellare in poco tempo una vita fatta di amore e tanti ricordi.

 

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