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L’innovazione nei trapianti: la tecnica ECMO PDF Stampa E-mail

Ultimamente, accostato soprattutto alla nuova influenza A H1/N1 per il ripristino delle funzioni respiratorie, si sta sottolineando l’importanza di alcune tecniche di circolazione extracorporea, già note da parecchi anni nel campo della Cardiochirurgia, creando non poche polemiche da parte della figura professionale impiegata all’utilizzo di queste ultime. Il gran caos si è creato soprattutto in seguito al primo trapianto cuore-polmone effettuato ad  agosto nell’Ospedale San Matteo di Pavia. Un paziente che necessitava di un trapianto cuore-polmoni è stato messo in Ecmo (Extra Corporeal Membrane Oxigenation) in attesa degli organi che sono giunti una settimana più tardi da un Ospedale Campano e individuati dal Centro Nazionale Trapianti. Il paziente, sempre in assistenza, quindi è stato trasportato dall’Ospedale Gerardo di Monza nella notte del 19 agosto all’Ospedale San Matteo, dove è stato possibile il trapianto. L’ECMO è un circuito extracorporeo utilizzato in Cardiochirurgia  soprattutto nei pazienti con grave insufficienza cardiaca/respiratoria potenzialmente reversibile.

Sul versante respiratorio è indicato soprattutto per: polmonite, ernia diaframmatica congenita, ipertensione polmonare, barotrauma da ventilazione meccanica. Utilizza lo stesso principio della Circolazione Extracorporea utilizzata in Cardiochirurgia per i diversi interventi quali: bypass, sostituzione di valvole ecc…In generale si drena sangue venoso dal paziente attraverso una cannula, posizionata in atrio destro e/o vene cave, in un ossigenatore (polmone artificiale) che ossigena appunto il sangue che, attraverso una pompa, viene reindirizzato nel circolo arterioso.  Il caso sopraccitato ha ovviamente evidenziato come questa metodica possa essere estesa all'influenza A  la quale colpisce i polmoni, anche di persone giovani e sane nel trattamento di malati colpiti dal virus H1N1. L'ECMO quindi può svolgere due importanti funzioni: in primis, consente il trasporto del soggetto incapacitato a respirare in strutture meglio attrezzate, inoltre, la macchina permette al paziente di respirare in modo artificiale senza fare ricorso alla tracheotomia solitamente utilizzata negli arresti respiratori. Per questo, la regione Lombardia sta pensando di rifornire 14 dei suoi ospedali  tra cui  i 12 capoluoghi, di provincia,  l’apparecchio. Dall’Anpec (Associazione Nazionale Perfusionisti in Cardioangiochirurgia) è stato reso noto che «le regioni e le aziende sanitarie, grazie anche ad una errata comunicazione data dalle aziende fornitrici delle apparecchiature per tale procedura e dai mass media, stanno organizzando corsi e protocolli dove non viene inserito la figura del TFPC bensì la figura dell’infermiere assieme a quella medica». Purtroppo si sta quindi verificando un offuscamento della professione dei Tecnici di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare impiegati da sempre nell’utilizzo di queste apparecchiature a favore degli Infermieri. Il personale qualificato infatti può a differenza di un generico infermiere, sebbene addestrato, ovviare le diverse problematiche da sempre proprie delle mansioni di cui è incaricato.

Chi è il Tecnico di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e perfusione Cardiovascolare? Questa figura professionale nell’ambito delle figure professionali sanitarie «provvede alla conduzione e manutenzione delle apparecchiature relative alle tecniche di circolazione extracorporea ed alle tecniche di emodinamica. Le loro mansioni sono esclusivamente di natura tecnica, coadiuvano il personale medico negli ambienti idonei fornendo indicazioni essenziali o conducendo, sempre sotto indicazione medica, apparecchiature finalizzate alla diagnostica emodinamica o vicarianti le funzioni cardiocircolatorie».  Per capirci meglio il Tecnico “Perfusionista” non si conosce molto, anzi quasi per niente, nasce e muore in sala operatoria in tutti quegli interventi sul cuore e grossi vasi, chi sa di cosa parliamo sono i cardiochirurghi o gli anestesisti di sala, è anello di congiunzione tra la chirurgia e la farmacologia e medicina, in queste operazioni.

Il perfusionista conosce perfettamente i propri macchinari, egli si sostituisce al cuore e ai polmoni del paziente, sa quindi la fisiologia e fisiopatologia dell’apparato cardiocircolatorio applicandolo secondo i più ovvi principi di fisica medica, utilizza le cannule e le linee come fossero le vene e le arterie del paziente, decide le misure che deve utilizzare, la pressione più ottimale per una persona rispetto ad un’altra in base a criteri particolari, sa ovviare problematiche importanti come la possibilità eventuale dell’introduzione di emboli o il blocco dell’ossigenatore e la sua eventuale sostituzione, osserva i parametri vitali ed ematochimici e discute con l’anestesista su cosa sia meglio introdurre per il debollagio (introduzione di sacche di sostanze nutritive o richiamanti liquidi dal letto vascolare come sodio cloruro e soluzioni isotoniche che hanno due scopi fondamentali: quello di permettere al circuito extracorporeo di non avere bolle d’aria che possono nella eventualità entrare in circolazione nel paziente e richiamare liquidi, qualora esso sia disidratato, nel circuito), sa cosa avviene nel campo operatorio e sa rispecchiarlo nella sua macchina. È una professione specifica, forse anche troppo, ma che non può essere sostituita o surclassata da un banale corso di addestramento. Forse il Tecnico di Fisiopatologia Cardiocircolatoria non saprà fornire assistenza in toto al paziente dal reparto all’uscita, anche perché non è una sua competenza, ma sa perfettamente svolgere il suo lavoro. Per ora non ci sono stati ancora sviluppi su nessun fronte, a mio avviso però spero solo vivamente che il protrarsi della vicenda non cancelli una professione e chi la pratica da anni.

 

Manuela Agostini

 

2 settembre 2009

 

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